mercoledì 7 novembre 2007

1945: pire funebri indù al cimitero di Forlì

Tra il 1945 e il 1946 davanti al cimitero monumentale di Forlì vennero allestite pire funbri per cremare i corpi di 769 soldati indiani dell'esercito britannico. Accanto al monumento commemorativo degli indù è sorto il cimitero indiano dove sono sepolti 495 caduti di religione musulmana.

di Emanuele Chesi

Abhe Ram aveva 23 anni e veniva dalla zona di Meerut, la città nei pressi della capitale Delhi famosa per la rivolta del 1857. Zail Singh era più vecchio di appena due anni ed era originario del distretto di Ludhiana nel Punjab, nell’India settentrionale. Sono il primo e l’ultimo dei 769 caduti dell’esercito indiano ricordati nel cimitero di guerra di Forlì, proprio davanti al cimitero monumentale. Materialmente le loro tombe non ci sono — ci sono invece ben 495 inumazioni di altrettanti soldati indiani prevalentemente di religione musulmana — perché i caduti indù (come Ram) e sikh (come Singh)vennero cremati secondo i dettami delle loro religioni. Quasi cinquecento pire funebri che arsero a Forlì tra il 1945 e il 1946. A ricordare il loro sacrificio per la liberazione dell’Italia dai nazifascisti c’è un monumento commemorativo. Invece a ricordare quelle singolari cerimonie che destarono per mesi la curiosità dei forlivesi c’è rimasto solo un uomo: Salvatore Marino Pari.
«AVEVO 18 ANNI ed era appena finita la guerra, almeno dalle nostre parti — ricorda Salvatore Marino Pari, classe 1926 — Saranno stati i primi mesi del 1945, non ricordo bene. I soldati inglesi che avevano occupato Forlì si erano installati all’ex Collegio aeronautico in piazzale della Vittoria e lì mi reclutarono per lavorare con loro. Fu una gran fortuna perché pagavano bene e allora c’era parecchia miseria in giro».
Salvatore venne così aggregato a una squadra di operai forlivesi che, guidati da impettiti ufficiali britannici, cominciarono a setacciare i campi di battaglia alla ricerca dei caduti. «Partivamo alla mattina col camion e giravamo l’Italia in lungo e in largo — prosegue l’anziano — Siamo stati nella zona di Ancona e poi a nord verso Treviso e in tanti altri posti. Dovevamo recuperare i corpi dei soldati morti e spesso ci toccava anche scavare. Era un lavoro duro e difficile, perché bisognava ricomporre i corpi e identificarli. Gli ufficiali inglesi erano inflessibili: non bisognava lasciare indietro neanche una falange!». I britannici dedicavano la stessa pietosa cura alle salme dei caduti della madrepatria e a quelli del variegato esercito coloniale, tra i quali gli indiani.
«NOI FORLIVESI eravamo in diciassette — ricorda ancora — e io ero tra i più giovani. Oggi sono rimasto solo io, purtroppo. Mi pare che uno tra gli ultimi ad andarsene sia stato Fagnocchi, quello che tanti anni fa gestiva il posteggio delle biciclette vicino alle Poste».
Radunato il loro triste carico, gli operai forlivesi partivano alla volta del cimitero sulla Ravegnana. Lì, accanto alle tombe dei soldati di religione musulmana, venivano approntati i riti per gli indù e i sikh, una religione monoteista minoritaria diffusa soprattutto nel nord dell’India.
«GLI UFFICIALI inglesi ci avevano insegnato come fare — dice Salvatore Marino Pari — Formavamo una grande catasta quadrata di legname e vi adagiavamo sei corpi. Poi li cospargevamo con grosse quantità di grasso liquido contenuto in taniche. A quel punto accendevamo il fuoco e il falò divampava istantaneamente con alte fiamme. Non c’era odore di morte, era un rito estremamente semplice e pulito».
Mentre si alzavano lunghe volute di fumo, lungo la Ravegnana, dalla parte del cimitero monumentale si assiepavano i curiosi. «Ma gli inglesi li tenevano lontani — prosegue — e tutta la zona del rito era recintata e sorvegliata dai soldati».
ESAURITO IL ROGO, gli ’officianti’ forlivesi dovevano ancora completare la parte fondamentale del rito funebre dell’induismo: «Raccoglievamo le ceneri e le avvolgevamo con cura in grosse coperte. Poi si ripartiva in camion verso Porto Corsini: lì le ceneri venivano sparse nell’acqua. Facevamo tutto in silenzio per rispetto di quei poveri ragazzi morti lontano da casa. Ci sembrava naturale e doveroso farci il segno della croce».
SALVATORE PARLA a fatica dopo una dura vita come decoratore di chiese, tappezziere e imbianchino che ha conosciuto le durezze del dopoguerra e anche l’emigrazione in Francia per quindici anni, ma dopo aver snocciolato i suoi ricordi e ripercorso quella strana avventura di cerimoniere per i funerali indù, ha ancora un lampo negli occhi e conclude: «Quando verrà la mia ora, vorrei essere cremato così anch’io. Vorrei anch’io che le mie ceneri venissero sparse al vento per dissolvermi nella natura. Cosa c’è di più pulito e di più bello?».


3 commenti:

Anonimo ha detto...

Grazie per avere raccolto queste informazioni preziose. I miei nonni abitavano al Foro Boario, per cui avranno certamente visto queste pire, o il fumo da esse sprigionato.

Colpisce anche la sproporzione tra le sepolture delle diverse etnie nei cimiteri dell'esercito inglese attorno a Forli'... mi viene da pensare che gli Indiani siano stati "carne da cannone"... anche per questo un commosso ringraziamento.

sunil deepak ha detto...

Grazie Emanuele per aver raccolto questa bella testimonianza. Avevo sentito parlare di questo cimitero dei soldati indiani. Magari, quest anno per la giornata dei morti, posso andare a visitarli.

P.Montanari ha detto...

Non conoscevo questa storia delle pire funebri per i soldati indiani di religione induista, ma perchè venne deciso di portare le loro ceneri a Porto Corsini? C'è un qualcosa che testimonia questi eventi, che sono poi dati dal sacrificio di moltissime persone nate distanti da noi, nella città marittima?