mercoledì 30 gennaio 2008

Benito Dazzani, l'uomo che catturò Corbari

HA VISSUTO un’epoca di ferro e di fuoco e l’ha vissuta fino in fondo, guardando in faccia l’orrore. Quell’orrore che per tanti forlivesi ha una sola immagine: i corpi martoriati di Silvio Corbari e dei suoi compagni partigiani impiccati ai lampioni di piazza Saffi. Benito Dazzani, imolese, classe 1926, l’uomo che catturò il temibile ‘bandito Corbara’, è scomparso nei giorni scorsi all’età di 81 anni, minato da un male incurabile. Era stato un fascista entusiasta — «Ero cresciuto in quell’ambiente, per me il fascismo era tutto, era la Patria, era l’onore. Chissà, se fossi nato in Russia forse sarei stato comunista...» — e ad appena 16 anni era scappato di casa per arruolarsi, per combattere contro gli inglesi. Ma dopo l’8 settembre 1943 si era ritrovato a combattere gli italiani. Nel battaglione ‘IX Settembre’ dell’esercito della Repubblica sociale di Mussolini si era guadagnato subito una medaglia, a Sarnano nelle Marche, respingendo un attacco di partigiani e sventando allo stesso tempo una rappresaglia tedesca contro la popolazione locale.
IL SUO REPARTO era arrivato a Castrocaro nell’estate del 1944 proprio per dare la caccia al capo partigiano Silvio Corbari, mito della Resistenza e terrore dei fascisti locali. Il ‘bandito Corbara’ colpiva a sorpresa dall’Appennino alla pianura, godendo dell’appoggio della popolazione e anche di complicità interne al fronte avverso. Il reparto di Dazzani aveva scoperto infatti che alcuni militi fascisti forlivesi rivendevano le armi e passavano informazioni ai partigiani. Nell’indagine era implicato anche il marchese Gian Raniero Paulucci de Calboli, poi passato per le armi. Ma il colpo più grosso dei repubblichini era stata l’individuazione di un ex componente della banda Corbari, cacciato dopo essere stato sorpreso a rubare. «Il traditore, che si chiamava Franco Rossi — raccontò Dazzani — ci guidò al nascondiglio di Corbari, a Cà Cornio sull’Appennino». Nella testimonianza di Dazzani la cattura di Corbari fu un’operazione d’intelligence, come si direbbe oggi, e non quella battaglia campale che è stata raccontata in seguito. «Eravamo solo una decina di soldati, tutti romagnoli, perché il comandante aveva detto che questa era una situazione che dovevamo risolvere tra noi... Non c’erano tedeschi, come si è detto dopo, ma solo un radiotelegrafista altoatesino». E fu proprio lui a scatenare il pandemonio. I soldati repubblichini pensavano infatti di cogliere Corbari e suoi compagni nel sonno, ma il radiotelegrafista fece rumore entrando in casa, forse per rubare qualcosa. La reazione dei partigiani fu intrepida, specie quella di Iris Versari, la donna di Corbari, che si lanciò contro i nemici per dare modo agli altri di scappare. «Un gesto eroico come quello di Claretta Petacci» sosteneva Dazzani.
FALLITA LA SOPRESA, i fascisti si allontanarono temendo l’arrivo di altri partigiani. E invece la pattuglia di Dazzani incrociò nuovamente Corbari, gravemente ferito con Adriano Casadei e Arturo Spazzoli, ormai morente. Portati a Castrocaro, i partigiani vennero impiccati.Poi i loro corpi vennero ‘sequestrati’ dai fascisti forlivesi per l’ultimo barbaro oltraggio in piazza Saffi. «Non avevo mai visto una scena del genere — ricordava Dazzani — Ma purtroppo quella era la guerra civile, anzi la ‘guerra incivile’. Ci si uccideva tra fratelli. E le belve stavano da una parte e dall’altra. Non ho rimorsi perché ho fatto il mio dovere di soldato senza infierire sul nemico, ma vorrei che tutti i giovani conoscessero queste storie per capire che dalla guerra nascono solo odio e vendetta».

Emanuele Chesi

lunedì 7 gennaio 2008

Il 'galantuomo' che sacrificò il suo gatto per tener fede alla parola data



Per un galantuomo romagnolo come s’intendeva a cavallo tra Ottocento e Novecento, mantenere la parola data non avevo prezzo. E Domenico Bedei, nato a Petrignone nel 1850 e noto universalmente col soprannome di ‘E Gob ad Bartlet’, voleva a tutti costi essere considerato un galantuomo, anche se in verità non era proprio uno stinco di santo.

GIÀ L’ASPETTO FISICO non l’aiutava e poi il carattere... Daniele Gaudenzi in ‘Album di famiglia’ racconta infatti che ‘E Gob’ era stato educato da un prete a colpi di orazioni recitate in ginocchio sui grani del frumento: ovvio che ne uscisse fuori un acceso anticlericale, bestemmiatore, appassionato inseguitore di sottane e incline alle cattive compagnie. Si lasciò infatti convincere a partecipare a un colpo in una villa signorile di San Benedetto in Alpe ma tutto andò storto. Le rapinate, due donne, reagirono vigorosamente, i ladri se la dettero a gambe ma ‘E Gob’ venne riconosciuto e arrestato. Così scontò una dozzina d’anni di condanna in carcere a Volterra, lasciando a casa la moglie appena rimasta incinta. Tornato in circolazione col marchio di ‘galeotto’, visse per anni ai margini della società, adattandosi a fare il venditore ambulante nelle campagne. Poi si conquistò un ‘ruolo’ come venditore di caldarroste: il suo marchio di fabbrica era però il conteggio delle castagne più l’augurio di varie gravi malattie. In dialetto suonava più o meno così: «Per te ecco tre marroni più un cancro...». Ma non si tenne comunque lontano dai guai e divenne ospite fisso di caserme dei carabinieri e carcere. Stefano Servadei nel libro di memorie ‘Le radici’ racconta che a Forlì è rimasta celebre un’apparizione di ‘E Gob ad Bartlet’ in tribunale. Interrogato dal giudice dopo che un suo sospetto complice si era dichiarato estraneo al furto di cui erano accusati, ‘E Gob’ affermò con sicurezza, a voce alta e ferma per impressionare giuria e pubblico: «Se non c’era lui, non c’ero neppure io. Mi trovavo infatti alle sue spalle».

LA DOTE per cui era universalmente noto a Forlì era però la stupefacente capacità di imitare il miagolio del gatto in amore. Grazie a questo dono ‘E Gob ad Bartlet’ era divenuto un implacabile cacciatore di felini! Non per crudeltà ma per semplice tornaconto economico: era diventato infatti il ‘fornitore ufficiale’ di pietanze per i modesti circoli ricreativi d’allora che, in quanto a gastronomia, ceto non andavano tanto per il sottile. Una volta, in previsione di una cena sociale, assicurò la ‘fornitura’ di sedici felini. Giunto però alla scadenza della consegna, si ritrovò solo con quindici prede. Per mantenere la parola data non ci pensò due volte: pur con le lacrime agli occhi tirò il collo all’amato micio Morino e consegnò quanto pattuito in precedenza. In fondo, anche l’ex galeotto voleva essere considerato un galantuomo.
In vecchiaia fu in qualche modo ripagato. Nonostante non fosse proprio un tipo raccomandabile, alcuni amici pressarono il direttore Pietro Zangheri affinché lo accogliesse al Ricovero cittadino. A ottant’anni suonati ‘E Gob’ non aveva però ancora messo la testa a posto: non ci stava a passare per ‘vecchione’ e frequentava ancora certe signore molto disponibili.

LE SUE AVVENTURE erotiche a pagamento gli costarono però una malattia venerea e altre complicazioni che in breve tempo lo portarono alla tomba. Un amico telefonò allora all’austero Zangheri per chiedergli spiegazioni sull’accaduto. Il direttore cercò di non esporsi in una situazione che gettava discredito sull’istituto e rispose: «E’ stato colpito da una malattia... giovanile!». E l’altro, evidentemente già a conoscenza delle vere cause del decesso, gli replicò ridendo: «E cos’è stato? Scarlattina o morbillo?».

Emanuele Chesi