lunedì 29 dicembre 2008

Zambutè, l'erborista che curava i poveri con pillole e ironia




di EMANUELE CHESI
«S‘È VOLTATO dall’altra parte, ed è morto». Un incipit brusco e diretto, del tutto in linea col carattere del personaggio, quello del manifesto che il 26 marzo 1950 venne affisso in tutta Forlì per dare l’addio a Augusto Rotondi. Un nome che diceva poco o nulla ai più. Per questo nel testo funebre campeggiava a caratteri cubitali il soprannome col quale era universalmente noto il defunto: Zambutè. ‘Ciarltatano ed empirico’: così lo aveva bollato una condanna per esercizio abusivo della professione medica già nel 1896. E pochi anni più tardi, nel 1904, altri guai giudiziari per quello strano tipo che veniva da Bagnacavallo e dispensava pillole e unguenti miracolosi ai contadini facendosi pagare poco o nulla. Ma la sua fama era cresciuta talmente che dalla sua parte in tribunale, ad assisterlo come avvocato difensore, si schierò addirittura il sindaco di Forlì dell’epoca, Bellini.Prima del Viagra e del Prozac, Zambutè distribuiva a piene mani (anzi, a cartocci) pillole colorate per tutte i malanni. Al perul ‘d Zambutè. Era il medico della povera gente ma tra i suoi pazienti non mancavano ricchi borghesi e personalità eccellenti. Aurelio Angelucci — che lo riforniva di ramarri per le sue misture segrete, ricevendone in cambio due soldi da spendere nelle famose mattonelle di gelato di De Fanti — ricorda che ‘E Sgnòr Avgusto’ curò anche la moglie di Mussolini. «Donna Rachele — racconta l’attore del Cinecircolo del Gallo — si rivolse a lui dopo aver consultato senza successo i luminari dell’epoca per via di fastidiosi dolori di stomaco che la tormentavano da mesi». Il racconto assume i colori della leggenda: «A Zambutè bastò guardarla negli occhi per arrivare alla diagnosi: voi avete bevuto l’acqua di un fosso e nella vostra pancia si sono sviluppate le uova di una rana!». Dalla prescrizione della pillola giusta alla guarigione fu un lampo. E così su Zambutè piovve la riconoscenza del duce sotto forma di una potente Moto Guzzi 500. Da quel giorno la inforcò ogni giorno per far visita ai suoi pazienti e anche per andare a ballare al sabato, visto che restò sempre ‘zovan’, come si diceva allora, cioè celibe. C’è però da immaginare che non facesse proprio un figurone come centauro: non aveva la patente e viaggiava solo in prima!

IL SEGRETO del suo successo era un librone di ricette e descrizioni di erbe medicinali che la sua famiglia si tramandava da generazioni. Lo stesso soprannone, derivato da un fantomatico erborista francese Jean Boutin, era un po’ il marchio di fabbrica del clan, tanto che una sorella che esercitava la stessa arte era conosciuta come Zambutena. L’ambulatorio di Zambutè era un camerone eternamente sovraffollato in uno stallatico col voltone in via Ravegnana. «Alto, robusto, un poco ingobbito, il volto raso sì da mettere in evidenza solchi e sporgenze sbozzate d’impeto da uno scalpello vigoroso — così lo descrive Antonio Mambelli — Zambutè si aggirava tra decine di pazienti in attesa fiduciosa della sua diagnosi e della fatidica prescrizione di pillole». Comprensivo e alla mano coi più poveri, era anche però spesso burbero, stizzoso e crudele con qualche malcapitato. Prima di tutto ce l’aveva con le donne: «Toti putan da Sciavanì» urlava, per vendicarsi in qualche modo di una fidanzata di quel quatiere che lo aveva abbandonato in gioventù. Poi, se gli girava male, deliziava i presenti con una diagnosi pubblica del tipo «T’è na faza culor dal scurez» oppure «Vat à ca ma pasa prema da e falignam, fat fè una cassa da mort». Daniele Gaudenzi, nel suo prezioso ‘Album di famiglia’, racconta che a chi lo pregava in ginocchio di dar fondo a tutta la sua sapienza per l’ennesima miracolosa guarigione, magari dopo essersi rivolto inutilmente a qualche medico famoso, Zambutè poteva persino rispondere: «Trop tard e mi oman.. Tsi avnù da me dop che lè stè stachè la buleta» (Troppo tardi, sei venuto da me dopo che è stata staccata la bolletta, cioè è già stata segnata la ‘partenza’).

TRA GLI ANNI Trenta e Quaranta, nonostante le accuse e i processi (ovviamente non era ben visto dai medici ai quali sottraeva frotte di clienti), Zambutè raggiunse l’apice della sua attività. E neanche i suoi modi bruschi e riuscirono a sfoltire l’assembramento di pazienti nel camerone di via Ravegnana (allora era Sobborgo Mazzini). Le sue pillole e i suoi intrugli funzionavano davvero. O almeno erano a un prezzo abbordabile per quella povera gente che non poteva nemmeno permettersi di rivolgersi al medico. Pagare Zambutè non era un problema: credito, dilazioni, ‘sconti’ erano all’ordine del giorno. Se qualcuno, particolarmente riconoscente, voleva dargli di più lui quasi si arrabbiava e sibilava «S’et fat de marché nigar te?» (hai fatto il mercato nero? cioè: hai troppi soldi fatti in modo disonesto?). Si spense in assoluta povertà il 26 marzo 1950 e dietro al suo feretro sfilarono praticamente tutti i forlivesi. Adler Raffaelli, l’autore del manifesto funebre, lo commemorò così sulle pagine di ‘Amarcord...’ di Gioiello e Zambelli: «Non tutti ora sanno che egli visse e come visse. Ma poiché egli agì originalmente e generosamente, ha lasciato di sè un’impronta duratura e benefica».

venerdì 31 ottobre 2008

Il duce in piazzale della Vittoria





Allora il viale della stazione di Forlì si chiamava ovviamente viale Benito Mussolini. Finalmente sta per mettersi in moto il progetto dell'amministrazione comunale per riqualificare tutta l'area di ingresso alla città: il viale sarà riportato all'antico, cioè all'originale impianto littorio, compresa la ristrutturazione dell'ex sede della Gioventù italiana del littorio.

domenica 24 agosto 2008

Quelle 'spie' forlivesi dietro la cortina di ferro

di Emanuele Chesi

GIUNSE assordante e pauroso anche a Forlì il rumore dei cingoli dei carri armati sovietici che nell’agosto di quarant’anni fa schiacciarono nel sangue la ‘Primavera di Praga’. Accanto alle speranze di Dubcek per un ‘socialismo dal volto umano’ c’erano infatti anche quelle dei cattolici della ‘Chiesa del silenzio’ cecoslovacca, da lungo tempo in contatto con la nostra città grazie all’azione pionieristica di don Francesco Ricci. Grazie al sacerdote collaboratore di don Giussani, parecchi giovani forlivesi toccarono con mano la realtà della vita al di là della cortina di ferro e furono testimoni di quel cruciale periodo della storia europea.

DON RICCI aveva creato infatti a Forlì il Centro studi Europa orientale (Cseo) intessendo una fitta rete di relazioni coi paesi dell’allora blocco sovietico, spinto dalla convinzione (a quel tempo pareva un’eresia) dell’indissolubile unità del continente europeo. Insieme a lui, impegnati in avventurosi viaggi nei paesi sotto il tallone dei regimi comunisti, c’erano personaggi come il professor Antonio Setola e il cantautore Claudio Chieffo, che tenne addirittura alcuni concerti clandestini a Praga.

UNA TESTIMONE diretta di quel periodo è Antonietta Tartagni, ex insegnante di lettere al liceo classico di Forlì, oggi in pensione. «Ci recavamo nei paesi dell’est spacciandoci per semplici turisti — racconta — Don Ricci era ovviamente in abiti civili e si presentava come un professore accompagnato dai suoi allievi. Ricordo Agnese Pesenti, Anna Lena, Licia Morra, Riccardo Lanzoni, Giorgio Aloisi e altri. Questa esperienza ha dato modo a tanti forlivesi di conoscere realtà allora difficili da penetrare: l’Europa era rigidamente divisa in due e si passava proprio da un mondo all’altro». La professoressa Tartagni visitò Praga prima e dopo l’invasione sovietica, avendo così modo di vedere l’accendersi delle speranze per la libertà e il ritorno alla normalizzazione totalitaria.

LA PARTICOLARITÀ della ‘missione’ del Csoe era l’attenzione al contatto diretto con le persone, anche se ciò obbligava in qualche modo a comportarsi quasi da agenti segreti. «Incontravamo i dissidenti stando sempre a attenti a non attirare l’attenzione della polizia — ricorda — Gli ultimi tratti di strada prima del luogo dell’appuntamento li percorrevamo a piedi o coi mezzi pubblici. Anche quando ci trovavamo faccia a faccia coi nostri interlocutori evitavamo accuratamente di parlare, per non farci riconoscere come stranieri da eventuali spie del regime. C’era chi arrivava a comprare vestiti usati sul luogo per ‘mimetizzarsi’ ancor di più. E la prima cosa che i nostri amici facevano entrando in casa era accendere la radio, in modo da annullare col rumore la presenza di ‘cimici’».

UN LAVORO impegnativo che i giovani forlivesi animati da don Ricci affrontavano con la consapevolezza di infondere una preziosa iniezione di coraggio ai dissidenti. «Ci dicevano che per loro era importantissimo sapere che in occidente c’era chi appoggiava la loro lotta e diffondeva le loro idee». I ragazzi di don Ricci rientravano infatti in Italia riportando in valigia i preziosi ‘samizdat’, i giornali e i libri proibiti dal regime. Un’attività rischiosa che agli stranieri poteva costare qualche grana e infine l’espulsione, ma che per i ‘sudditi’ dei regimi comunisti avrebbe comportato sicuramente l’arresto, la persecuzione e anche il campo di prigionia. «Per questo — dice ancora Antonietta Tartagni — ci preoccupavamo soprattutto di non lasciare traccia dei nostri incontri. Prima di attraversare il confine imparavamo a memoria i nomi e gli indirizzi dei nostri contatti, poi distruggevamo tutti i foglietti».

A SUGGELLARE il profondo legame tra l’allora Cecoslovacchia e Forlì, lo choc dell’invasione sovietica colse un gruppo di giovani praghesi in visita alla nostra città proprio su invito di don Francesco Ricci. «Ebbero ovviamente un grande sbandamento — ricorda la professoressa Tartagni — e qualcuno fu anche tentato di chiedere asilo politico e restare in Italia. Poi tutti decisero di rientrare in patria, seppure con ansia e preoccupazione». Tornata in seguito più volte oltrecortina, Antonietta Tartagni ebbe modo di riparlare dell’entusiasmante periodo della Primavera di Praga coi suoi amici anche nei tempi più cupi: «Tutti ne conservavano un ricordo molto positivo, di grande speranza e unità e del popolo. Lo stesso don Ricci disse che i semi gettati in quel periodo non sono andati perduti ma hanno dato i frutti vent’anni dopo».

sabato 26 luglio 2008

L'impero? Merito di 'Bertazena e Cuciraz'

SE L'ITALIA, sia pure per pochi anni, ebbe un impero, fu merito suo. No, non di Benito Mussolini. Ma di Adolfo Bertaccini. O almeno lui, detto ‘Bertazena e Cuciraz’, ne era profondamente convinto, tanto che negli anni che seguirono la conquista dell’Etiopia non perdeva occasione per ripetere: «Se l’Italia la ià un impero e merit l’è neca mi». Quel refrain faceva sorridere qualcuno che non prendeva sul serio le parole di un ‘pubblico vetturino’ (da qui il soprannome di Cuciraz, cocchieraio) alto e dinoccolato, coi baffi all’insù, ma avevano un certo effetto sulle autorità fasciste e sui più anziani che si ricordavano i tempi delle feroci lotte politiche forlivesi all’inizio del secolo.

MA QUAL ERA l’eroica impresa compiuta da Bertaccini ad onore dell’Italia imperiale e littoria? Bisogna fare un passo indietro fino agli precedenti la Prima guerra mondiale. All’epoca in cui Benito Mussolini era un giovane dirigente socialista — un disgraziato, poco meno di un terrorista, per i benpensanti e i conservatori forlivesi — Bertaccini era più o meno una personalità a Forlì. ‘E Cuciraz’ presidiava piazza Saffi con la sua carrozzella e col suo portamento altero incuteva rispetto. In epoca di pre-motorizzazione, il suo era un servizio pubblico la cui utilità era universalmente riconosciuta: il ‘cocchieraio’ non portava solo a spasso i maggiorenti ma assicurava anche ai cittadini comuni i necessari collegamenti con l’ospedale, gli uffici pubblici e i paesi vicini. Una domenica pomeriggio Bertaccini caricò a bordo del suo calesse l’arruffapopolo Mussolini e una compagna più attempata e allora ben più famosa di lui: Angelica Balabanoff, una rivoluzionaria russa già collaboratrice di Lenin e ora leader di primo piano del partito socialista. La Balabanoff, donna intelligente ed energica ma non certo avvenente, aveva preso sotto la sua ala protettiva il giovane Mussolini, già sposato con Rachele. E si diceva comunque che il loro legame non fosse solo politico.

BERTACCINI accompagnò i due socialisti a un comizio a Villafranca. Il clima era incandescente perché in Romagna socialisti e repubblicani (entrambi partiti estremisti e ’antisistema’ si direbbe oggi) si fronteggiavano spesso violentemente. I mazziniani contestarono infatti rumorosamente il comizio dei ‘rossi’, apostrofando volgarmente la Balabanoff: «Sta zeta, tsi brota». La rissa che ne seguì si concluse con l’arrivo dei carabinieri, ma sul prato rimase sanguinante un giovane repubblicano, ferito a a una coscia da una coltellata. Mentre Mussolini e la russa fuggivano precipitosamente a bordo del calesse di Bertaccini, scattò la missione punitiva dei repubblicani. Stavolta Benito rischiava la ‘gabanaza’, la punizione definitiva. Al ritorno verso Forlì su via Lunga (l’attuale via Isonzo), il calesse incappò infatti in un posto di blocco di militanti repubblicani. Bertazena non perse il sangue freddo: gridò al futuro duce e alla Balabanoff di tirare le tendine e non farsi vedere. Poi prese a urlare a squarciagola: «Lasciatemi passare! Sto portando una donna a partorire! E’ in pericolo di vita!». I bellicosi repubblicani non dubitarono delle sue parole e fecero strada a lui e ai due socialisti che altrimenti avrebbero davvero rischiato la pelle.

COSÌ ‘E Cuciraz’ aprì a modo suo la strada alla folgorante carriera del maestro di Predappio. Che rischiò altre volte la vita ma riuscì comunque a governare fino al fatidico 25 luglio 1943, quando crollò il regime fascista. Durante il Ventennio anche Bertazena fece carriera. Si modernizzò, passando dal cavallo all’auto e poi al bus, in verità un vecchio catorcio che parecchie volte lasciò a piedi lui e i suoi numerosi passeggeri. L’ex parlamentare Stefano Servadei lo ricorda ancora col suo tipico look: «Aveva un berretto paramilitare con visiera lucida e rigida, un vecchio giaccone di pelle, un robusto paio di gambali. A metà strada, dunque, fra un corridore motociclista dell’epoca e un commissario politico bolscevico». Negli anni Trenta del secolo passato fu un vero monopolista del trasporto pubblico forlivese. Si assicurò anche il servizio di trasporto delle ‘signorine’ della casa di piacere di via Felice Orsini. Ogni ‘quindicina’ portava in giro per la città le nuove arrivate per una sorta di passerella pubblicitaria e le accompagnava infine al Laboratorio di igiene di viale Salinatore per la ‘prova dei vetrini’, l’esame necessario all’esercizio dell’attività. Una volta però si dimenticò di ritirare dal laboratorio i risultati degli esami e consegnarli alla ‘maitresse’. L’attività della ‘casa chiusa’ rimase così bloccata e Bertazena rimediò una citazione per danni che gli costò diverse centinaia di lire, una cifra consistente per l’epoca.

DA LÌ IN POI le fortune imprenditoriali di Bertaccini declinarono. Ma il colpo di grazia glielo diede la sfortunata conclusione di un’epica gita a Comacchio. ‘E Cuciraz’ era stato ingaggiato da una comitiva di cacciatori con cani al seguito. C’era la prospettiva di una bella battuta di caccia e di un lauto guadagno, ma una volta giunto sul Po l’autista entrò con troppa irruenza su un traghetto e il suo vecchio bus finì nell’acqua. I cacciatori si misero in salvo alla meglio, solo Bertaccini rimase incastrato nel suo automezzo impantanato nel fango, lanciando disperate grida d’aiuto. «Uiè un ca cus lamenta. Sa fasegna, al lasegna in do clè (c’è un cane che si lamenta, cosa facciamo? Lo lasciamo dov’è?)» lo canzonavano i cacciatori. «Burdel, un’è un ca, a so me, e vostar Bertazena (ragazzi, non è un cane, sono io, il vostro Bertaccini)» replicò lui ancor più disperato. In qualche modo riuscì poi a rimettere in moto il bus, ma nella foga di liberarsi dalla riva fangosa pigiò troppo sull’acceleratore e travolse due pagliai di una vicina casa colonica, finendo poi per planare su un letamaio. Tornati a Forlì i cacciatori raccontarono l’avventura commentando: «A s’avesum d’anghé, ma as divertessum (stavamo per annegare, ma ci siamo divertiti)». «Persi l’autobus e il credito professionale — racconta ancora Servadei — Bertaccini si ritirò dal lavoro. Di tanto in tanto aiutava un’impresa di pompe funebri nei trasporti che si facevano coi cavalli. Poi una breve malattia lo portò ad essere diretto utente del carro funebre. Era, comunque, già entrato a pieno titolo nella storia cittadina e migliaia di forlivesi continuarono a ricordarlo con simpatia>.

martedì 22 aprile 2008

Elezioni 1948. il grande scontro tra attacchini rossi e preti d'assalto


Quando persino Mike Bongiorno e Lascia o raddoppia erano un’ipotesi futuribile, la politica era rabbia e sudore. E si faceva in piazza, faccia a faccia, nella bolgia dei comizi finali, con gli oratori (più nemici che avversari...) che si alternavano sullo stesso palco e tentavano di incantare la folla tra gli applausi dei sostenitori e le urla e gli sbeffeggi dei contestatori. Giusto sessant’anni fa, a far da contraltare all’ultima sonnolenta campagna elettorale, si concludeva una delle più infuocate competizioni politiche della storia repubblicana: le fatidiche elezioni del 18 aprile 1948. Quelle che, con la vittoria della Democrazia cristiana sul Fronte popolare (Pci-Psi), segnarono definitivamente l’appartenenza dell’Italia al campo democratico occidentale.Forlì non si era ancora ripresa dalle devastazioni della guerra, sfollati e senza tetto erano numerosissimi, alloggiati in sistemazioni d’emergenza come caserme e magazzini. Le condizioni economiche erano penose per la stragrande maggioranza dei cittadini e il confronto politico era avvelenato dalla fortissima contrapposizione ideologica. Forse solo la comune provenienza dall’antifascismo e dalla lotta partigiana tratteneva le principali aree politiche — democristiani, repubblicani e socialcomunisti — dal passare a vie di fatto. Nelle cascine di montagna e nei depositi sotterranei i ‘rossi’ avevano ancora le armi della guerra di liberazione e dall’altra parte i carabinieri erano pronti a rifornire non solo i ‘bianchi’ ma anche, e soprattutto, i reduci della Repubblica sociale pronti ‘ad arginare il bolscevismo’.I LEADER si chiamavano Agosto Franco (il sindaco della liberazione) e Adamo Zanelli per il Pci, Giovanni Braschi e Gino Mattarelli per la Dc, Giusto Tolloy per il partito socialista e Bruno Angeletti per il Pri. Pure non mancarono episodi di tensione in quella burrascosa campagna elettorale. In primo luogo la contesa verteva sugli spazi elettorali, con una lotta all’ultimo manifesto sui muri della città, prevalentemente di notte. E non di rado capitava che i pennelli intrisi di colla diventassero randelli, mentre chi si arrampicava sulle scale correva il rischio di essere ‘sabotato’ da qualche avversario sbucato dal buio.Dopo la rottura dell’unità tra le forze della Resistenza, il Comune era saldamente in mano alla sinistra e in particolare il Pci faceva il bello e il cattivo tempo in città. Le stesse mura del Municipio erano un immenso cartellone elettorale del Fronte popolare con l’emblema di Garibaldi. Un volto che, nella propaganda democristiana, si trasformava nel ghigno di Stalin. Perché il ‘pericolo rosso’ era costantemente agitato dallo scudocrociato e dalle altre forze di destra. ED ANCHE LA CHIESA era scesa pesantemente in campo coi Comitati civici (che davano indicazione di attaccare i manifesti all’alba, per evitare che venissero strappati dagli attacchini comunisti che invece entravano in azione a mezzanotte). Non solo, le parrocchie diventarono centro di propaganda pro-Dc. «Dopo cena si discute quasi fino alle 23 — si legge nel diario di don Antonio Pirondi dell’Oratorio San Luigi alla data del 19 marzo 1948 — C’è anche il parroco. Argomento: l’andata di alcuni nostri giovani a Bologna per il discorso di De Gasperi». E il 14 aprile: «Dopo cena vengono piccoli e grandi e dopo un po’ di gioco vanno quasi tutti per manifesti...». I preti si davano da fare, all’insegna dello slogan «Nella cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no!». Il 18 aprile, almeno in città, le elezioni si svolsero comunque con ordine. La prevalenza del Fronte popolare fu nettissima: 21.232 voti ai socialcomunisti (43%) contro 11.220 (23%) alla Dc, 13.376 (27%) al Pri, poco meno di tremila voti agli altri partiti, tra i quali per la prima volta il Movimento sociale italiano (791 voti). A livello nazionale invece prevalse la Dc e per il Fronte popolare la sconfitta fu bruciante. «Sì, fu uno choc per la vecchia classe dirigente del partito — ricorda l’ex sindaco Angelo Satanassi, allora giovane esponente del Pci — La prima riunione dopo le elezioni si svolse in clima pesante e preoccupato. Ne uscimmo con la riflessione che occorreva incalzare De Gasperi sul rispetto e l’applicazione della Costituzione. E oggi io penso che se avessimo vinto avremmo avuto grossi problemi principalmente al nostro interno. Per un tasso di riformismo ancora troppo basso tra i vecchi dirigenti del partito'.

mercoledì 2 aprile 2008

Il comandante libero: eroe o spia fascista?

Il comandante partigiano libero: eroe della Resistenza e vittima degli stalinisti oppure astuto doppiogiochista e provocatore fascista? A oltre sessant’anni dalla sua tragica fine (fu fucilato nel 1944 e il suo corpo non è mai stato ritrovato), ricercatori storici, polemisti e politici continuano a dividersi sull’interpretazione della sua figura. Davide Spagnoli, un ricercatore forlivese specialista della storia del comunismo italiano, ha tagliato clamorosamente il nodo con un articolo pubblicato sulla rivista ‘Il calendario del popolo’ . Documenti fascisti (di Prefetture, dell’Ovra e della Milizia) dimostrano senza ombra di dubbio — a giudizio di Spagnoli — che il comandante partigiano Libero (nome di battaglia di Riccardo Fedel) era un collaboratore del regime fin dagli anni Venti. L’obiettivo polemico di Spagnoli è Giampaolo Pansa, che ha indicato Libero come una vittima dello stalinismo nei suoi ultimi libri, ricalcando le ricerche dell’avvocato Natale Graziani, autore di un articolo sulla rivista ‘Studi romagnoli’.

SPAGNOLI afferma che se Pansa avesse avuto l’umiltà di andare all’Archivio centrale dello Stato a Roma e avesse esaminato il fascicolo dell’Ovra (la polizia politica fascista) intestato a Fedel, non avrebbe poi cercato di riabilitarlo. I documenti citati dal ricercatore forlivese si aprono con una supplica della madre di Fedel, datata 1926, affinché al giovane (allora aveva appena vent’anni) venga concesso il passaporto e una piccola somma per andare a lavorare all’estero, in virtù di precedenti ‘rivelazioni’ alla questura di Venezia. «Questa lettera non lascia dubbi — dice Spagnoli — Riccardo Fedel ha già iniziato la sua carriera di informatore della polizia fascista». All’epoca il ragazzo è schedato come antifascista e simpatizzante comunista. Viene condannato a tre anni di soggiorno speciale ma — nota Spagnoli — viene liberato dopo soli undici mesi. In un rapporto della Milizia datato 14 novembre 1927 si citano quindi «Confidenze dell’ex confinato politico Riccardo Fedel, relative a un complotto comunista organizzato a Ravenna nell’anno 1925».

SI TRATTA di una controversa vicenda verificatasi durante il periodo del servizio militare di Fedel: forse il giovane sovversivo era incappato in una provocazione delle autorità militari e si era lasciato trascinare in un improbabile complotto che ebbe come unica conseguenza la disarticolazione di una rete clandestina antifascista. «Il fascicolo è pieno di delazioni» dice Spagnoli. Ma ancora più inquietante è un documento di presentazione della Milizia (Msvn) datato 9 marzo 1928 in cui Fedel è definito senza mezzi termini ‘informatore fiduciario sul movimento sovversivo’. Una vera e propria ‘carta d’identità’ per la spia che, attesta in seguito il prefetto di Venezia, si sarebbe proposto come agente provocatore coinvolgendo un gruppo di comunisti in una serie di attentati. E lo stesso Libero che nel 1943 ritroviamo a capo dei primi nuclei partigiani sull’Appennino? «Sì — assicura Spagnoli — E’ tecnicamente una spia fascista, ma non lo fa per l’ideologia. E’ uno spregiudicato che crede solo in sè stesso, uno squilibrato e avventato se si crede alle definizioni delle autorità fasciste».

IL SUO DISEGNO di costituire un esercito partigiano ed accreditarsi come capo militare con gli angloamericani entra però in conflitto con le direttive del comando partigiano egemonizzato dal Pci. «E non c’è affatto uno scontro di potere con Ilario Tabarri come sostengono Graziani e Pansa» dice Spagnoli. Tabarri liquida Libero semplicemente secondo le direttive del comando partigiano. E la sentenza di morte per Libero è autentica, non un documento fittizio per coprire un delitto stalinista. «Tra i capi d’imputazione — conclude Spagnoli — ci sono accuse di ‘contatti segreti e proibiti con il comando della Milizia fascista di Santa Sofia e Bologna’. E’ una conferma indiretta del vecchio legame che Fedel aveva con la Milizia fascista». (Emanuele Chesi)


NATALE GRAZIANI è un personaggio molto conosciuto in Romagna sia per le sue passate attività professionali, ma anche come presidente a lungo dell’Accademia degli Incamminati di Modigliana (di cui resta presidente onorario) e per la sua attività di storico e scrittore. Vive da tempo a Firenze ma segue quasi quotidianamente la vita romagnola ed è saltato sulla sedia quando ha letto l’articolo di Davide Spagnoli che, secondo lui «ha esaminato ma non digerito il fascicolo dell’Ovra intestato a Fedel Riccardo presso l’archivio centrale di stato a Roma, nonché la sentenza partigiana che viene prodotta con alcuni spizzichi di documenti del citato fascicolo Ovra omettendo di dire che Riccardo Fedel era l’amico di Arrigo Boldrini Bulow che lo aveva indicato a capo dei partigiani in montagna» volendo far passare per spia e traditore a priori il primo comandante dei gruppi partigiani nel forlivese. Graziani contesta duramente le conclusioni del ricercatore forlivese e difende il suo saggio di 58 pagine che è apparso sul volume LV di Studi Romagnoli, perché la sua biografia di Libero è basata proprio sulle centinaia di documenti (che possiede in gran parte fotocopiati ivi compresi i brandelli riprodotti dallo Spagnoli) esistenti nell’Archivio di Stato di Roma, fascicolo del casellario politico centrale n.13575 intestato a «Riccardo Fedel fu Biagio – comunista pericoloso – schedato», aperto nel 1925 dal Ministero dell’interno – Direzione generale di Pubblica sicurezza, Direzione Affari generali riservati, categoria 2.a. «Confermo — precisa Graziani — tutto quanto ho pubblicato in Studi Romagnoli e ritengo giusto dire che la versione di Spagnoli non è fantasiosa come a suo dire sarebbe la mia. E’ non veritiera. Spagnoli collega l’Ovra a Fedel fin dal dicembre 1925, ma l’Ovra fu costituita dal capo della polizia Bocchini nel 1927. Spagnoli invita ad avere ‘l’umiltà di andare all’Archivio centrale dello stato a Roma ed esaminare il fascicolo dell’Ovra intestato a Fedel Riccardo... ricchissimo di delazioni fatte proprio da Riccardo Fedel’. In realtà non esiste un fascicolo Ovra a tale nome; l’unico esistente è quello n. 13575, come ho consultato e sopra citato». Ed ancora rincara la dose Natale Graziani: «Spagnoli scrive che Riccardo Fedel si spacciava per ‘comandante di tutte le forze partigiane dell’italia centrale’ con gli alti ufficiali inglesi Neame, Boyd e O’Connor, ex prigionieri di guerra riparati nell’Appennino forlivese dopo l’8 settembre. Libero assunse il comando partigiano e giunse in montagna il 1° dicembre 1943; gli ufficiali inglesi se ne erano andati già da due mesi». Poi la stoccata finale «Spagnoli afferma che la sentenza del tribunale partigiano dell’8° brigata Garibaldi ‘non lascia dubbi’. Neanche uno: è un falso! Il 22 aprile 1944, data della sentenza, l’8° brigata Garibaldi non c’era ancora. Solo ai primi di maggio 1944 i quadri politici e militari di Forlì e Ravenna, presente un inviato del comando generale delle Brigate Garibaldi, riuniti in località San Leonardo, nelle vicinanze di Forlì, decisero la ricostituzione della formazione di montagna (distrutta dal grande rastrellamentodi aprile) che venne denominata 8° brigata Garibaldi Romagna». (intervista di Oscar Bandini)

mercoledì 30 gennaio 2008

Benito Dazzani, l'uomo che catturò Corbari

HA VISSUTO un’epoca di ferro e di fuoco e l’ha vissuta fino in fondo, guardando in faccia l’orrore. Quell’orrore che per tanti forlivesi ha una sola immagine: i corpi martoriati di Silvio Corbari e dei suoi compagni partigiani impiccati ai lampioni di piazza Saffi. Benito Dazzani, imolese, classe 1926, l’uomo che catturò il temibile ‘bandito Corbara’, è scomparso nei giorni scorsi all’età di 81 anni, minato da un male incurabile. Era stato un fascista entusiasta — «Ero cresciuto in quell’ambiente, per me il fascismo era tutto, era la Patria, era l’onore. Chissà, se fossi nato in Russia forse sarei stato comunista...» — e ad appena 16 anni era scappato di casa per arruolarsi, per combattere contro gli inglesi. Ma dopo l’8 settembre 1943 si era ritrovato a combattere gli italiani. Nel battaglione ‘IX Settembre’ dell’esercito della Repubblica sociale di Mussolini si era guadagnato subito una medaglia, a Sarnano nelle Marche, respingendo un attacco di partigiani e sventando allo stesso tempo una rappresaglia tedesca contro la popolazione locale.
IL SUO REPARTO era arrivato a Castrocaro nell’estate del 1944 proprio per dare la caccia al capo partigiano Silvio Corbari, mito della Resistenza e terrore dei fascisti locali. Il ‘bandito Corbara’ colpiva a sorpresa dall’Appennino alla pianura, godendo dell’appoggio della popolazione e anche di complicità interne al fronte avverso. Il reparto di Dazzani aveva scoperto infatti che alcuni militi fascisti forlivesi rivendevano le armi e passavano informazioni ai partigiani. Nell’indagine era implicato anche il marchese Gian Raniero Paulucci de Calboli, poi passato per le armi. Ma il colpo più grosso dei repubblichini era stata l’individuazione di un ex componente della banda Corbari, cacciato dopo essere stato sorpreso a rubare. «Il traditore, che si chiamava Franco Rossi — raccontò Dazzani — ci guidò al nascondiglio di Corbari, a Cà Cornio sull’Appennino». Nella testimonianza di Dazzani la cattura di Corbari fu un’operazione d’intelligence, come si direbbe oggi, e non quella battaglia campale che è stata raccontata in seguito. «Eravamo solo una decina di soldati, tutti romagnoli, perché il comandante aveva detto che questa era una situazione che dovevamo risolvere tra noi... Non c’erano tedeschi, come si è detto dopo, ma solo un radiotelegrafista altoatesino». E fu proprio lui a scatenare il pandemonio. I soldati repubblichini pensavano infatti di cogliere Corbari e suoi compagni nel sonno, ma il radiotelegrafista fece rumore entrando in casa, forse per rubare qualcosa. La reazione dei partigiani fu intrepida, specie quella di Iris Versari, la donna di Corbari, che si lanciò contro i nemici per dare modo agli altri di scappare. «Un gesto eroico come quello di Claretta Petacci» sosteneva Dazzani.
FALLITA LA SOPRESA, i fascisti si allontanarono temendo l’arrivo di altri partigiani. E invece la pattuglia di Dazzani incrociò nuovamente Corbari, gravemente ferito con Adriano Casadei e Arturo Spazzoli, ormai morente. Portati a Castrocaro, i partigiani vennero impiccati.Poi i loro corpi vennero ‘sequestrati’ dai fascisti forlivesi per l’ultimo barbaro oltraggio in piazza Saffi. «Non avevo mai visto una scena del genere — ricordava Dazzani — Ma purtroppo quella era la guerra civile, anzi la ‘guerra incivile’. Ci si uccideva tra fratelli. E le belve stavano da una parte e dall’altra. Non ho rimorsi perché ho fatto il mio dovere di soldato senza infierire sul nemico, ma vorrei che tutti i giovani conoscessero queste storie per capire che dalla guerra nascono solo odio e vendetta».

Emanuele Chesi

lunedì 7 gennaio 2008

Il 'galantuomo' che sacrificò il suo gatto per tener fede alla parola data



Per un galantuomo romagnolo come s’intendeva a cavallo tra Ottocento e Novecento, mantenere la parola data non avevo prezzo. E Domenico Bedei, nato a Petrignone nel 1850 e noto universalmente col soprannome di ‘E Gob ad Bartlet’, voleva a tutti costi essere considerato un galantuomo, anche se in verità non era proprio uno stinco di santo.

GIÀ L’ASPETTO FISICO non l’aiutava e poi il carattere... Daniele Gaudenzi in ‘Album di famiglia’ racconta infatti che ‘E Gob’ era stato educato da un prete a colpi di orazioni recitate in ginocchio sui grani del frumento: ovvio che ne uscisse fuori un acceso anticlericale, bestemmiatore, appassionato inseguitore di sottane e incline alle cattive compagnie. Si lasciò infatti convincere a partecipare a un colpo in una villa signorile di San Benedetto in Alpe ma tutto andò storto. Le rapinate, due donne, reagirono vigorosamente, i ladri se la dettero a gambe ma ‘E Gob’ venne riconosciuto e arrestato. Così scontò una dozzina d’anni di condanna in carcere a Volterra, lasciando a casa la moglie appena rimasta incinta. Tornato in circolazione col marchio di ‘galeotto’, visse per anni ai margini della società, adattandosi a fare il venditore ambulante nelle campagne. Poi si conquistò un ‘ruolo’ come venditore di caldarroste: il suo marchio di fabbrica era però il conteggio delle castagne più l’augurio di varie gravi malattie. In dialetto suonava più o meno così: «Per te ecco tre marroni più un cancro...». Ma non si tenne comunque lontano dai guai e divenne ospite fisso di caserme dei carabinieri e carcere. Stefano Servadei nel libro di memorie ‘Le radici’ racconta che a Forlì è rimasta celebre un’apparizione di ‘E Gob ad Bartlet’ in tribunale. Interrogato dal giudice dopo che un suo sospetto complice si era dichiarato estraneo al furto di cui erano accusati, ‘E Gob’ affermò con sicurezza, a voce alta e ferma per impressionare giuria e pubblico: «Se non c’era lui, non c’ero neppure io. Mi trovavo infatti alle sue spalle».

LA DOTE per cui era universalmente noto a Forlì era però la stupefacente capacità di imitare il miagolio del gatto in amore. Grazie a questo dono ‘E Gob ad Bartlet’ era divenuto un implacabile cacciatore di felini! Non per crudeltà ma per semplice tornaconto economico: era diventato infatti il ‘fornitore ufficiale’ di pietanze per i modesti circoli ricreativi d’allora che, in quanto a gastronomia, ceto non andavano tanto per il sottile. Una volta, in previsione di una cena sociale, assicurò la ‘fornitura’ di sedici felini. Giunto però alla scadenza della consegna, si ritrovò solo con quindici prede. Per mantenere la parola data non ci pensò due volte: pur con le lacrime agli occhi tirò il collo all’amato micio Morino e consegnò quanto pattuito in precedenza. In fondo, anche l’ex galeotto voleva essere considerato un galantuomo.
In vecchiaia fu in qualche modo ripagato. Nonostante non fosse proprio un tipo raccomandabile, alcuni amici pressarono il direttore Pietro Zangheri affinché lo accogliesse al Ricovero cittadino. A ottant’anni suonati ‘E Gob’ non aveva però ancora messo la testa a posto: non ci stava a passare per ‘vecchione’ e frequentava ancora certe signore molto disponibili.

LE SUE AVVENTURE erotiche a pagamento gli costarono però una malattia venerea e altre complicazioni che in breve tempo lo portarono alla tomba. Un amico telefonò allora all’austero Zangheri per chiedergli spiegazioni sull’accaduto. Il direttore cercò di non esporsi in una situazione che gettava discredito sull’istituto e rispose: «E’ stato colpito da una malattia... giovanile!». E l’altro, evidentemente già a conoscenza delle vere cause del decesso, gli replicò ridendo: «E cos’è stato? Scarlattina o morbillo?».

Emanuele Chesi