domenica 1 novembre 2009

Rachele, la prima vittima di Mussolini?






di Emanuele Chesi

E' STATA per vent’anni la first lady del regime, e non in una posizione defilata come l’hanno dipinta l’agiografia e la memorialistica nostalgica. Per il resto della vita, prima e dopo gli anni romani, Rachele Guidi è vissuta effettivamente all’ombra di Benito Mussolini, patendone le intemperanze politiche e sentimentali da vivo e scontandone anche, incolpevole, la damnatio memoriae da morto.
NARRA la favola littoria che Rachele e Benito s’erano incrociati tra i banchi di scuola. Lui era supplente della madre — all’epoca gli incarichi nella scuola elementare erano gestiti dal Comune e il clientelismo politico era la regola... — e lei una contadinella poverissima semianalfabeta. L’incontro fatale avvenne comunque qualche anno dopo, una domenica d’autunno del 1908, sul sagrato di San Mercuriale. Lei aveva diciassette anni e faceva la serva presso una famiglia borghese; lui, già uomo fatto, era più o meno uno spiantato, tutto preso dal fuoco della rivoluzione e del socialismo (e pare anche del Sangiovese). Ma i rapporti erano ancor più ingarbugliati, perché il mitico fabbro Alessandro — rimasto vedovo dell’altrettanto mitica Rosa Maltoni che diverrà poi icona del regime — s’era accompagnato con una sua vecchia fiamma, guarda un po’ la madre di Rachele, pure lei vedova. E insieme avevano messo su un’osteria alla buona in via Ravegnana. Di lì a poco Rachele tornò in famiglia e praticamente cadde tra le braccia di Benito, anche se Alessandro non vedeva di buon’occhio la tresca. Ma Benito, sempre più preso dalla politica, andava per le spicce. Così raccontava all’amico Cesare Battisti: «Mio padre e sua madre erano decisamente contrari al nostro matrimonio e ci furono in quel torno di tempo episodi assai tempestosi... Il 17 gennaio 1910 mi unii, senza vincoli ufficiali, né civili, né religiosi, con Rachele Guidi. Prendemmo un appartamento ammobiliato in via Merenda numero uno... e vi abbiamo passato la nostra breve luna di miele. Il 1° settembre, alle tre del mattino, la mia compagna partorì felicemente una bambina, alla quale ho posto nome Edda». ‘La figlia della miseria’, così chiamavano la primogenita prediletta dal futuro duce. E gli anni forlivesi furono indubbiamente duri per Rachele, che si caricò sulle spalle buona parte delle preoccupazioni familiari, mentre il marito procedeva avventurosamente nella sua carriera giornalistico-politica.
LA SVOLTA avvenne con la direzione dell’Avanti e il trasferimento a Milano. Cessarono le preoccupazioni economiche, iniziarono (o forse si inasprirono) quelle coniugali. La lista delle avventure è lunga e incompleta: la rivoluzionaria Angelica Balabanoff che lo prese sotto la sua ala protettiva, la trentina Ida Dalser che gli diede un figlio (e lui la ricambiò più tardi facendola chiudere in manicomio), l’estrosa Leda Rafanelli proto-femminista e sedicente convertita all’Islam, la colta Margherita Sarfatti con la quale intrecciò una relazione erotico-culturale di lunga durata. Rachele sapeva e accettava. O perlomeno strepitava, s’indignava e alla fine si lasciava convincere dal marito di essere l’unica vera donna della sua vita. Nell’ascesa politica, dal socialismo al fascismo fino alla consacrazione come ‘Duce d’Italia’, Rachele fu più o meno silenziosamente al fianco del marito, interpretando quel ruolo di ’angelo del focolare’ che la cultura e la retorica del tempo richiedevano. Tra famiglia e politica, i coniugi Mussolini stabilirono una rigorosa divisione del lavoro. «Il vero dittatore in famiglia, nonostante i lineamenti delicati, gli occhi azzurri, i capelli biondi e un’aria di candore, era mia madre» ricorda Edda. Ma le testimonianze di familiari e gerarchi sono concordi: una volta raggiunto a Roma il suo amato Benito, ‘Donna Rachele’ — tale era diventata l’umile contadina romagnola — tutto fece meno che restare nel suo cantuccio a Villa Torlonia. Non si dette arie da padrona né brigò per i suoi interessi — anche se il marito la rimproverò una volta per essersi impossessata di medaglie ufficiali — ma continuò per anni a immischiarsi degli affari di Stato, nutrendo feroci antipatie per questo o quel gerarca (e finì anche per prendersela, ben prima del tradimento del 25 luglio, col genero Galeazzo Ciano). Una cerchia di dignitari, poliziotti e carabinieri facevano riferimento a lei, riportandole le scappatelle della figlia scapestrata, i maneggi dei gerarchi più infidi e anche le frequentazioni del duce dopo l’orario di lavoro.
Forse pensava di riprendersi in qualche modo l’attenzione di Benito dopo la conquista dell’Etiopia, all’apice del successo, quando gli propose il ritiro dalla scena politica: «Smettiamola, andiamocene alla Rocca. Abbiamo avuto fin troppa fortuna, la tua missione politica forse è finita, pensa un po’ anche a te e alla tua famiglia...». Ma lui, fedele al suo motto, tirò diritto. Però le cose peggiorarono anche dal punto di vista familiare. Lo dice senza mezzi termini anche il principe dei biografi mussoliniani Renzo De Felice: il duce, sempre più solo dopo la perdita dell’unico suo vero confidente, il fratello Arnaldo, si isolò sempre di più, legandosi così a una donna come mai aveva fatto. «Una sola variante c’è stata con l’età ai suoi costumi affettivi e amatori: d’essere passato dalle molte donne a una sola donna, la Petacci, amante mai riconosciuta, con guardia di carabinieri alla porta di casa, onore e sorveglianza a un tempo» disse Galeazzo Ciano al ministro Bottai, che nel suo diario commenta: «Penso a che cosa sarebbe questo Capo se avesse, tra le molte forme di coraggio che nessuno gli nega, quella di maturare in serenità e dignità».
CROLLATO il regime, Rachele affrontò col solito coraggio l’arresto del marito e gli oltraggi dei badogliani, gli anni della guerra civile e la ‘coabitazione’ a Salò con Claretta Petacci. Che gli rese l’ultimo sgarbo andando a morire a fianco dell’amato Ben. «Prego anche per lei» si limitò a dire qualche anno dopo, comunque fedele alla memoria del marito e alla sua assicurazione «sei l’unica donna che ha veramente contato per me».
Nel 1956 tornò a indossare i panni dell’arzdora di Villa Carpena, battendosi come una leonessa per il ritorno della salma del duce a Predappio. Ci riuscì un anno dopo, divenendo così la simbolica custode della fiamma del fascismo. Omaggiata dai capi del Msi, amata dai compaesani di qualsiasi colore, importunata da nostalgici e giornalisti a caccia di particolari piccanti sulla vita di Mussolini, Rachele riuscì in qualche a modo a ricostruire anche il rapporto con la figlia Edda e a ritagliarsi attimi di serenità coi figli e coi nipoti. Il suo cuore si fermò il 30 ottobre 1979, aveva 89 anni. Forse, come scrisse il figlio Romano, avrebbe preferito andarsene prima. A fianco del suo adorato Benito, al posto di Claretta.

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